Ogni lingua ha delle proprie regole di scrittura (cioè una propria
ortografia, chiamata più semplicemente grafia), per il semplice fatto che la
scrittura consiste proprio nel rappresentare i suoni (tecnicamente chiamati
fonemi) con lettere (tecnicamente chiamati grafemi).
Un po’ di storia
Il sardo non ha mai avuto una propria grafia in quanto è sempre stato scritto
con la grafia del colonizzatore di turno, quindi con grafie di altre lingue, che
erano state inventate per rappresentare i suoni di quelle altre lingue, e non
del sardo. Ne è derivato che queste grafie straniere traducevano male i suoni
della lingua sarda, rischiando di farle perdere il suo carattere, e sicuramente
dando luogo a molti equivoci[2].
Per la scrittura anche del sardo, quando la permettevano, i colonizzatori
imponevano la grafia della propria lingua, perché avevano bisogno di indebolire
il senso di autonomia e di indipendenza dei sardi, e quindi (dato che il primo
punto di forza del senso di appartenenza nazionale è proprio la lingua)
bisognava, dal loro punto di vista, far venir meno il carattere di lingua
autonoma del sardo, facendola somigliare in tutti i modi, a bonolla o a marolla,
alla lingua dei dominatori.
Infatti, l’adozione della grafia della lingua dei dominatori sarebbe stato il
primo passo che avrebbe condotto alla perdità di identità e all’assimilazione
linguistica (cioè a non essere più una lingua a sé stante ma a diventare
nient’altro che un dialetto della lingua dominante)[3].
Alla fine la nostra
lingua ne è uscita indebolita, ma fortunatamente ha anche mostrato una certa
capacità di resistenza. Questo comunque non vuol dire che oggi dobbiamo
continuare a farci illusioni: nel passato il sardo ha resistito perché non c’erano
i mass-media attuali, ma oggi se non interveniamo subito per restituire al sardo
la sua autonomia, la nostra lingua potrebbe finire di morire in pochi
anni.
Un po’ di attualità
Dal punto di vista politico, oggi fortunatamente la situazione è cambiata: all’interno
di uno stesso Stato le lingue possono convivere fianco a fianco, ognuna con la
sua autonomia e indipendenza. Il fatto di usare una lingua o un’altra non
significa più niente ai fini della politica. Anzi, un governo statale accorto
ormai tende a considerare l’esistenza di più lingue all’interno dello
Stato, autonome le une dalle altre, non più un elemento di debolezza, ma di
forza.
Dunque, oggi, per noi il problema della grafia per il sardo è un problema
solamente linguistico: si tratta solo di stabilire regole che siano rispettose
delle sue caratteristiche, che siano rispettose del sardo così come è parlato
da secoli fino a oggi, che non diano luogo a equivoci (cioè che siano efficaci,
che facciano leggere con sicurezza il sardo scritto) e che siano semplici da
usare[4].
Riassumendo, il sistema ortografico di una lingua moderna deve salvaguardare
quanto più possibile due principi: invariabilità ed economia.
Cominciamo
L’invariabilità impone che, ai fini della chiarezza nella scrittura, all’interno
delle frasi la stessa parola sia scritta sempre nello stesso modo,
indipendentemente dal posto che di volta occupa.È più semplice vederlo in
pratica: se noi dobbiamo dire «i cani», diciamo is canis, ma se noi dobbiamo
dire «il cane» diciamo su cani, con una c iniziale diversa, che è più una g,
per esempio la g della parola italiana «ago».
Bene, il criterio di invariabilità è questo, che noi scriviamo sempre su cani
con la c, perché deve essere chiaro che è sempre la stessa parola, sia che
prima ci sia una consonante, o che prima ci sia una vocale (che nel parlato
appunto fa trasformare la c in g).
Questo è il caso delle consonanti mutanti, che mutano suono quando sono
precedute da una vocale. Oltre alla c dura, le altre sono la c dolce (che si
trasforma in x), la f (che si trasforma in v), la p (che si trasforma in una
specie di b), la t (che si trasforma in una specie di d).
Tutte queste consonanti comunque non mutano quando seguono a, e, ke, ni, no, o,
perché tutte queste particelle, pur essendo vocali o terminando in vocale,
nella loro originaria forma latina terminavano in consonante (erano
rispettivamente ad, et, quam, nec, non, aut), della quale dunque è rimasto l’influsso
che non fa mutare la consonante seguente.
L’economia impone che, ai fini della velocità nella scrittura e della
chiarezza nella lettura, ogni suono si rappresenti tendenzialmente con una sola
lettera, a meno che il suono non sia doppio e dunque meriti chiaramente una
lettera doppia.Per esempio, la parola ki è composta da due suoni: c dura + i. L’economia
impone dunque, finchè possibile, il principio tot suoni = tot lettere, e quindi
qui 2 suoni = 2 lettere. Ne deriva quindi che se noi usiamo la sarda e
internazionale k al posto dell’italiano ch, salvaguardiamo tale principio,
siamo veloci e chiari, in tutto il mondo, anziché scrivere due suoni con tre
lettere, come sarebbe scrivendo chi[5].
Esiste già
Fra tutti quelli esistenti, il sistema ortografico sardo che tiene
maggiormente conto di questi principi è quello elaborato alla fine degli anni
settanta dallo studioso sardo Antonio Lèpori, che ha preso il meglio di tutti
gli studi precedenti (e quelli successivi ne hanno confermato la validità),
arrivando a una grafia fatta apposta per rispettare le esigenze della lingua
sarda.
Con questa grafia sono stati scritti una grammatica, tre dizionari[6] e numerose
altre pubblicazioni (scientifiche e non) di notevole valore, dai saggi agli
articoli.
Per limitarci alle ultime iniziative, l’uso di questa grafia è in costante
aumento, specie da parte delle giovani generazioni, da quando è uscita per la
prima volta nella storia una grammatica della lingua sarda scritta tutta in
lingua sarda[7]; nei corsi tenuti a Quartu e Quartucciu almeno 400 persone hanno
imparato a utilizzare questa grafia, e ugualmente tale grafia è utilizzata in
moltissime scuole elementari, così come nei corsi per studenti universitari e
per lavoratori organizzati dal Comitau Studiantis po sa Lìngua Sarda col
patrocinio dell’E.R.S.U.
Eccola
Innanzitutto vediamo l’alfabeto, con le lettere e il loro nome in sardo:
· A a
· B b
· C ci
· Ç ci truncada
· D di
· E e
· F efa
· G gei
· GH gei+aca
· I i
· J jota
· K capa
· L ella
· M ema
· N enna
· O
· P pi
· R erra
· S essa
· T ti
· U u
· V vu
· X scesça
· Y i grega o i arega
· TZ tizeta
· Z zeta
Digrammi (cioè unioni di consonanti):
· NNY si pronuncia come «gni» italiano
· LLY si pronuncia come «gli» italiano
Praticamente
· Ç si usa davanti alla A, alla O, e alla U e si pronuncia come la C di
«ciao», «cioè», «ciuccio».
Per esempio, usando la grafia italiana «acchiappare» in sardo si dovrebbe
scrivere «aciapai», con la grafia sarda invece açapai (il suono è lo stesso
ma la parola è più corta da scrivere), «chiaccherare» si dovrebbe scrivere
«ciaciarrai», con la grafia sarda invece çaçarrai (il suono è lo stesso ma
la parola è più corta da scrivere). Oltre all’economia il vantaggio consiste
nel fatto che non ci sono « i » in mezzo alla parola a disturbare: se non devono
essere lette, tanto vale non metterle, così nessuno può essere tentato di
leggerle.
· J si usa davanti alla A, alla O, e alla U e si pronuncia come la g di
«già», «gioco», «giusto». Per esempio, usando la grafia italiana
«giocare» in sardo si dovrebbe scrivere «giogai», con la grafia sarda invece
jogai (il suono è lo stesso ma la parola è più corta da scrivere), la parola
«giudice» al posto di essere «giugi» diventa jugi (il suono è lo stesso ma
la parola è più corta da scrivere). Oltre all’economia il vantaggio consiste
nel fatto che non ci sono i in mezzo alla parola a disturbare: se non devono
essere lette, tanto vale non metterle, così nessuno può essere tentato di
leggerle.
· K corrisponde al suono CH italiano e si usa davanti alla I e alla E, ed è
sicuramente molto più conveniente e pratico usare la K per scrivere kini, ki, e
così via al posto di «chini» e «chi». È presente anche di fronte alla U se
c’è un dittongo (cioè se la U si pronuncia legata alla vocale che segue),
«acqua» in sardo (nella varietà campidanese) si scrive akua.
· SÇ corrisponde al suono italiano SC di «scena», «sciare» e si usa
davanti alla A, alla O e alla U. Per esempio, usando la grafia italiana
«demolire» dovrebbe essere «sciusciai», con la grafia sarda diventa
sçusçai (il suono è lo stesso ma la parola è più corta da scrivere, e in
più si eliminano tutte le I che possono disturbare chi il sardo non lo sa molto
bene).
Inoltre
· Y si trova sempre tra due vocali e indica che dittonga (cioè che si
pronuncia legata) con la vocale che segue. Es. ayò (a-yò), yayu (ya-yu),
Mamoyada (Mamo-ya-da), Yertzu (Yer-tzu), mayu (ma-yu).
· Tutte le altre consonanti si usano come in italiano, però in sardo si
possono raddoppiare solo la D, la L, la N, la R e la S. Infatti in sardo il
suono delle consonanti è sempre intenso (una volta e mezzo quello di una
consonante singola italiana), lo sappiamo tutti, e dunque non c’è bisogno di
averne due, uno debole (una consonante sola) e uno intenso (due consonanti). Di
consonante se ne mette una sola e si risparmia tempo, tanto lo sappiamo tutti
che poi nel parlato il suono lo produciamo intenso[8]. Però la D, la L, la N, la
R e la S sono eccezioni a questa regola, perché davvero hanno anche un suono
debole. Infatti un conto è dire ala altro conto è dire allu, un conto è dire
manu altro conto è dire mannu, un conto è dire mara altro conto è dire marra.
Se siete dei precisionisti, appassionati delle minime questioni di fonetica,
precisiamo che per quel che riguarda la D e la S, il raddoppiamento, più che a
indicare il rafforzamento della stessa consonante, serve come espediente
grafico, per indicare che quella consonante prende un suono sì più intenso, ma
anche un po’ diverso, che non è il semplice raddoppiamento della consonante
base.Quindi, raddoppiamo la S, come espediente grafico, per distinguere la S
sorda (cassu cioè «scopro») dalla S sonora (casu cioè «formaggio»),
e lo stesso discorso vale per la D, raddoppiata a indicare che è cacuminale
(sedda cioè «sella» invece di seda cioè «seta»).
L’accento
· Si mette in tutte le parole tronche (cioè accentate sull’ultima sillaba,
come ayò) e in quelle sdrucciole (cioè accentate sulla terzultima sillaba,
come època, pòpulu, ànima, fèmina).
· Quando la parola è piana (cioè accentata sulla penultima sillaba, come
nasu, scaresci, civraxu) accento non se ne mette, quindi quando accento segnato
non ce n’è, vuol dire che va pronunciato sulla penultima sillaba.
· Nel caso una parola termini con un dittongo, si mette l’accento sulla
sillaba che lo precede, a indicare, appunto, che le due vocali che seguono
formano un dittongo, cioè si devono pronunciare unite, come se fossero una
vocale sola. Es. passièntzia, alabàntzia, dimòniu, etc.Se troviamo due vocali
unite, senza nessun accento nella vocale che le precede, vuol dire che quelle
due vocali unite non formano un dittongo, ma sono uno iato, cioè si devono
pronunciare separatamente. Es. acostumau, Amanueli, etc.
In definitiva, questo sistema grafico sardo autonomo, anche per l’accentazione
ha regole chiare, che fanno in modo che chiunque, pur non avendo mai sentito
prima nessuna parola sarda, possa subito leggerla con l’accento giusto. Non
come l’italiano, nel quale gli accenti si scrivono e non si scrivono, e uno
che non conosca una parola da prima non sa mai come pronunciarla!
Per concludere
Come si vede questa grafia rende la lingua sarda molto più vicina alle
lingue europee (k, ç, ly, ny, più lo stesso discorso delle doppie, ci sono con
la stessa identica funzione anche in molte altre lingue, mentre invece l’italiano
è l’unica lingua al mondo che usa ch per il suono di «chiave») ed è molto
più pratica e veloce rispetto all’italiano.Perché utilizzare due lettere se
lo stesso suono si può rendere con solo una lettera?
Perché utilizzare il «ch» al posto della k?
E perché «sci» al posto di sç?
E perché «ci» al posto di una semplice ç?
Inoltre, fatto molto importante da precisare, la grafia italiana ha gravi
problemi di pronuncia. Per esempio, prendiamo le parole «razza» (quella dei
cani o, secondo alcuni, pure degli uomini!) e «razza» (il pesce): abbiamo la
stessa grafia per due suoni diversi, e uno se non conosce la parola prima, non
sa come pronunciare[9].
Con la grafia sarda non esistono questi problemi in quanto esiste la
distinzione tra z e tz. Infatti un conto è zente, zogu, zeru, zironnya e altro
conto è tziu, tzacau, tzùcuru.
È evidente che anche quando questi due suoni diversi sono al centro delle
parole, la regola da seguire è la stessa, perciò si scriverà putzu e non
«puzzu», catzu e non «cazzu», passièntzia e non «passienzia»[10] o, per
quel che riguarda la zeta, mazina e non «mazzina».
Stesso discorso vale per la X, che serve a distinguere due suoni diversi, e
peraltro quello rappresentato dalla X in italiano non esiste neanche!
Infatti un conto è dire pasci («pascolare»), altro conto è dire paxi
(«pace»), un conto è dire pisci («pesce»), altro conto è dire pixi
(«pece»), e così via.
In più non c’è nessun bisogno di scrivere civraxu, muntronaxu, etc. mettendo
una I tra la X e la U, perché tanto quella I non si leggerà mai, non ce n’è
nessun bisogno, non ci sta a fare niente, è inutile, e anzi, fa confondere
quelli che non sanno la parola, che possono essere tentati di leggere anche la
I, pronunciando «civraxìu», «muntronaxìù», etc.
Compiti per casa
Questi sono i fondamentali, che per cominciare bastano e avanzano, e in ogni
caso non si può insegnare e imparare tutto per corrispondenza. Il rapporto
diretto docente-discente rimane indispensabile.
Intanto, cominciate. Prendetevi un testo sardo scritto con la grafia italiana,
ricopiatevelo usando la grafia sarda. All’inizio farete fatica, ma questo
dipende solo dall’inabitudine. Piuttosto guardate il lavoro finito, e noterete
subito quante lettere in meno ci sono e come non siano possibili equivoci di
nessun tipo. E continuate.
Poi occorrerà parlare di paragogica mobile, elisione e troncamento, grafia
delle forme verbali, i prostetica, i eufonica (tutte cose difficili nel nome,
facilissime nella pratica) …
Facciamo parlare direttamente Lèpori:
«Deu nau custu: ki mi ponemu a scriri su frantzesu cun sa grafia italiana o
tedesca, is frantzesus iant a tenni arrexoni a s’inkietai e a mi nai ki sa
lìngua insoru est una cosa diferenti de s’italianu o de su tedescu, duncas
depit essi scrita de una manera diferenti de cumenti si scrint is atras linguas.
E cumenti mai custu no est bàlliu mai po sa lìngua sarda? Cumenti mai sigheus
a scriri su sardu cun grafia italiana? No du pensaus ki fendi di aici seus
sballiendi? … Mi pàrinti justus meda duncas custus fueddus ki sìghinti,
ki Massimo Pittau at nau in d-unu libru cosa sua: Siccome stiamo rivendicando al
sardo il carattere ed il valore di lingua a sé stante – scrit Pittau -
coordinata alle altre lingue neolatine, ma non subordinata a nessuna di esse, è
perlomeno molto opportuno scrivere la nostra lingua secondo una maniera sarda,
che non segua pedissequamente l’ortografia di nessun altra lingua sorella[11]… E
no mi bengais a nai ki sa grafia italiana esti sa grafia de 250 annus de "tradizione": no at mai pensau kini nàrat una cosa aici ki sa de su 1760 sa
lìngua italiana est arribada in Sardinnya, e ki a primu sa "tradizione" fiat sa
grafia spannyola [e prus a primu ancoras sa grafia cadelana]?
E agoa, aundi buginu da bieis custa "tradizione"?
Mi podeis arrespundi ki da bieis in is òberas de Madao, Araolla, Spano, Porru,
Rossi e atra genti aici, ma custa genti fait biri una cosa sceti: ki no teniat
ideas craras, ki teniat una spètzia ‘e timoria faci a sa lìngua de is
dominadoris, cunsiderada de totus s’esèmpiu de sighiri, s’arribu aundi
lompi. Nisçunus de-i custus teniat cuscièntzia ki sa natzioni sarda colonizada
e oprìmia teniat abisonju no de copiai ma de imbentai, ki depiat caminai cun is
cambas suas e no cun is baceddus de s’italianu, de su latinu o a deretura de s’ebràigu
o de su gregu, cumenti calincunu de issus est arribau a fai.
Una grafia diferenti podit sçumbullai sa strutura e totu de sa lìngua. Em’a
porri fai esèmpius cantu ndi boleis, ma mi nd’abàstat una pariga sceti.
Penseus a duus sangunaus, ki castiendi sa grafia pàrinti diferentis, ca imoi dus
pronuntziaus unu Sequi e s’atru Sechi. Ma est su pròpiu sangunau Seki, scritu
unu a sa spannyola e s’atru a s’italiana.Penseus a su vìtziu de scriri sc
is sangunaus cun sa x (Maxia, Puxeddu e aici nendi) ki anti portau medas a dus
pronuntziai a s’italiana»[12].
Note
[1] A-i custa grafia di naranta Grafia Sarda Autònoma puru.
[2] «Quando la lingua madre della popolazione autoctona resta per lungo tempo
sottoposta a un serrato attacco da parte della lingua della nazione dominante,
avviene inevitabilmente in essa un processo di imbarbarimento e impoverimento da
tutti i punti di vista… Una caratteristica delle grafie delle lingue che, come
il sardo, si trovano per lunghi secoli emarginate dal mondo dell’ufficialità,
è quello di perdere o non acquistare un sistema ortografico autonomo, ma di
avere come grafia di riferimento il sistema ortografico della lingua dominante
… Ciò è naturale ma assolutamente sbagliato: nessuna lingua dominata può
adottare impunemente la grafia della lingua dominante senza perdere la sua
identità e scomparire dal numero delle lingue per entrare in quello dei
dialetti». A. Lepori, Gramàtiga sarda po is campidanesus, Edizioni C.R.,
Cuartu S. Aleni, 2001, p. 222.
[3] «È sintomatico il fatto che nessuna lingua
dominata, una volta presa coscienza della sua specificità. Abbia adottao la
grafia della lingua dominante. Non l’ha fatto il catalano … anche l’occitano
ha seguito la stessa strada … Nessuna lingua dominata è omogenea nella
scrittura (nella pronuncia non lo sono neanche le lingue “ufficiali”) e il
percorso di unificazione ortografica già completamente compiuto dal catalano e
in buona parte realizzato dall’occitano è lo stesso tragitto che devono
percorrere e stanno percorrendo il corso, il bretone, il friulano etc. Anche per
la lingua sarda vale lo stesso discorso». A. Lepori, Gramàtiga…, pp.
222-223.
[4] «È inammissibile che si continui ancora a scrivere il sardo nei
modi più disparati ed astrusi, tanto da far dire a qualcuno “centu concas
centu grafias”, parafrasando un detto molto famoso. Se si vuole veramente dare
alla lingua sarda dignità culturale e sociale (e quindi anche politica) si deve
necessariamente e urgentemente porre fine all’anarchia esistente nel campo
della scrittura … Non si è affrontato il problema scientificamente, ma ci si
è affidati alla propria fantasia, ai propri capricci». A. Lepori, Gramàtiga…,
p. 223.
[5] «Nel Condaghe di S.Pietro di Silki si conservano precipuamente le
soluzioni autenticamente sarde. Le occlusive vengono rese quasi regolarmente –
almeno nelle prime carte – con <k> o <c> = /k/ davanti a vocale
palatale: arkipiscopu, plakendeli, iudike, faker, ki, binki, gruke, condake,
ankilla, ken … Soltanto nelle parti più recenti compare <ch> … sono i
primissimi indizi d’una penetrazione di mode pisane nell’alveo della più
intatta tradizione sarda». E. Blasco Ferrer, Linguistica Sarda. Storia, metodi,
problemi, Condaghes, Casteddu, 2002, p. 494.
[6] A. Lepori, Vocabolario moderno
Sardo – Italiano, Cuec, Casteddu, 1980; A. Lepori, Fueddàriu campidanesu de
sinònimus e contràrius, Edizioni Castello, Casteddu, 1987; A. Lepori,
Dizionario Italiano – Sardo Campidanese, Edizioni Castello, Casteddu, 1988.
[7]
A. Lepori, Gramàtiga sarda po is campidanesus, Edizioni C.R., Cuartu S. Aleni,
2001.
Per essere precisi è esistita anche una grammatica intitolata Elementus de
grammatica de su dialettu sardu meridionali e de sa lingua italiana, scritta nel
1842 da G. Rossi, ma di fatto, per esplicita ammissione dell’autore, è un
manuale per imparare più l’italiano che non il sardo. Inoltre dovrebbe essere
scritta in campidanese, ma in realtà sarebbe più corretto definirlo solo come
un abbozzo di sardo campidanese, visto che gli italianismi sono numerosissimi, e
verosimilmente questo stato di cose non è dovuto all’imperizia dell’autore
- visto che tanti e tali strafalcioni non è pensabile che siano stati commessi
da un grammatico, sebbene dilettante – ma a un vero e proprio intento di
forzare il passaggio dal sardo all’italiano già cominciando a modificare il
primo, in modo che assomigliasse maggiormente al secondo. Non è un caso che
anche gli esempi in sardo del testo siano non testi sardi da tradurre poi in
italiano, ma testi italiani tradotti malamente in sardo (oggi si direbbe: in
italiano con la -u finale), che l’allievo avrebbe poi dovuto riportare in
italiano.
[8] «Non c’è distinzione fra consonanti doppie e le singole, la
loro pronuncia è una via di mezzo». F. Sabatini, La lingua e il nostro mondo,
Loescher, Torino, 1978, p. 217.«L’opposizione scempia/geminata vale soltanto
per n, l, r». M. Virdis, Fonetica del dialetto sardo campidanese, Edizioni
della Torre, Tàtari, 1978, p. 82.
[9] «[Il sistema grafico italiano] non
comporta alcuna possibilità di distinzione dei due suoni, né nella posizione
iniziale né in quella postconsonantica. Al fine di assicurare la distinzione in
ogni caso … ricorrono al digramma tz per il suono sordo, e riservano la z
semplice a quello sonoro … Si tratta, come si vede, di una scelta …
risolutiva». F. Corda, Grammatica moderna del sardo logudorese, Edizioni della
Torre, Casteddu, 1994, p. 190.
[10] «Nei documenti campidanese antichi predomina
sin dall’inizio la grafia con TZ (scritto ? nella Carta a caratteri greci)».
M.L. Wagner, Fonetica storica del sardo, Edizioni Trois, Casteddu, 1984, pp.
180-200.Oggi il tz è usato per indicare lo stesso suono del sardo anche nella
lingua basca, mentre è usato nella lingua catalana per indicare la z sonora.
[11] M. Pittau, Problemi di lingua sarda, Tàtari, 1975, p. 41. Che poi il
Pittau, nella sua attività pratica “razzoli male”, ossia si dimostri
incoerente con questa sua stessa affermazione, adoperando la grafia italianista,
è un fatto che diminuisce il valore forse della sua attività pratica, ma non
certo dell’affermazione.
[12] A. Lepori, Passau e presenti de sa lìngua sarda,
Atti del Convegno La lingua sarda ieri e oggi in «La grotta della vipera» n.
24-25, 1982, pp. 54 -56.